Giuseppe Alibrandi    
 
  PRESENTAZIONE    
 
LA STORIA E LE STORIE
 
  Il villaggio di pescatori steso sulla sabbia con i tetti di canna e le tegole d’argilla rossa,
(nel riquadro bianco le àncore sulla spiaggia, nel riquadro giallo il baglio della tonnara).

Mare blue fin è una rappresentazione dei luoghi della scrittura, divenuta impegno e polemica sociale attorno all’apologo di San Giorgio e il dragone, luoghi mitopoetici che attraverso il laboratorio della scrittura si prestano alla fusione tra favola e realtà in storie corali.
“La sua opera oscilla tra storia e narrativa” - scrivono - "senza essere approdato definitivamente all’una o all’altra disciplina" - malignano - per potermi fregiare del titolo di storico o di scrittore con qualche perplessità del mondo accademico e dell’establishment culturale, solito incoraggiare la vocazione di storico locale.

Questa storia, per dirla alla Gabbo, ora che l’ho vissuta posso raccontarla!
A partire da quando chierico, su commissione, diventai cronista del seminario di Patti uscendo a puntate sull’Ascesa, fino all’approdo nel ’73-’74 al giornale L’Ora nella redazione di Messina diretta da Antonio Padalino, dove nell’estate del 1974 scrissi in cinque puntate "I ricordi dei pescatori di San Giorgio”. Antonio Padalino, poi notista vaticanista a Panorama, titolava il pezzo che partiva nel fuorisacco per Palermo dalla stazione di Messina. Ogni fine settimana tornavo al borgo per raccogliere i materiali - storie, aneddoti, vecchie foto - per costruire il nuovo pezzo. Alla fine delle cinque puntate mi accorsi di avere tra le mani un codice marinaresco col quale allestire storie di mare: canti, proverbi, conoscenze pratiche sul corso pesca e cammino dei tonni, isula cammari e mattanza, rezze e culiche, le imbarcazioni con tutta la marineria della pesca del tonno, che mi sarebbe tornato utile per scrivere La testa del dragone.

Facevo l’aspirante giornalista a cinquantamilalire al mese regolarmente fatturate e quando vinsi una borsa di studio, messa a concorso dalla Cassa del Mezzogiorno, all’Università di Catania diventai ricercatore a centoquarantacinquemila sui flussi migratori.
 
Al mio primo incarico a tempo indeterminato su una cattedra diritto ed economia in una scuola del nord lasciai il paese dell’arancio e del pistacchio, ripromettendomi di non abbandonare la ricerca e il tavolo della scrittura. Mi portavo appresso la mia Olivetti cult 22 comprata a Spaccanapoli ai tempi della Licenza teologica e tante storie di marinai e contadini.
Il mio destino mi diceva che non avrei più scritto vite di santi, ma quelle dei compagni messinesi.

La tesi di laurea su Industrializzazione, sviluppo e stratificazione sociale. Patti: un’altra storia meridionale, discussa con il prof. Mario Centorrino meritava più di un approfondimento. Fu lo stesso professore il primo finanziatore della mia ricerca che sapendomi prete squattrinato entrò in una libreria per offrirmi il Sylos Labini della lista bibliografica. La tesi di laurea descriveva il passaggio di una comarca della provincia messinese dall’artigianato tradizionale delle stoviglie all’industria delle valvole petrolifere e delle caramelle, promossa dal finanziere Michele Sindona, che aveva visto i tornitori cretai diventare tornitori meccanici. Questa civiltà tradizionale di contadini e mastri cretai aveva conosciuto un entroterra di contadini protagonisti delle lotte del dopoguerra.

Insieme al tavolo della scrittura, aprii la ricerca in proprio all’Archivio di Stato di Roma, autorizzato a consultare le serie archivistiche (1944-1952) utili per uno studio del movimento contadino in provincia di Messina. Intervistai tutti i protagonisti sopravvissuti a quella stagione di lotte andandoli a trovare nelle loro case. Umberto Fiore a Messina, Montalbano a Palermo,  Pierino Mondello a Roma, il siracusano Cundari a Roma, Michelangelo Mangano a Ficarra, Nino Pino a Barcellona P.G., clandestini e perseguitati al tempo del fascismo, tutti protagonisti dallo sbarco alleato in Sicilia. Da ognuno un ricordo, un cimelio, un libro fino al ricordo più prezioso, la tessera del compagno messinese Giuseppe Schirò iscritto alla sezione di Messina nel 1943, quando ancora il partito comunista in Italia era clandestino. Con una raccomandazione: di scrivere quello che loro avevano vissuto! Mi ritrovai tra le mani persino il famoso contratto firmato al comune di Patti per la spartizione dei prodotti agricoli nell’annata 1946 (11 ottobre). Gli agrari dissero che gli era stato estorto con la forza per essere stati messi sotto chiave nella sala comunale fino alla firma dei patti.
All’ACS trovai il verbale redatto cablogrammato dalla Compagnia dei Carabinieri di Patti.

Racconti e documenti corrispondevano, stanze della memoria e archivi si compensavano. L’impegno era quello di consegnarli alla storia insieme alle loro storie. Avevo la mia galleria di personaggi attorno a cui raccontare la storia e le storie dell’introversa Sicilia, aprendo una finestra sulla provincia di Messina mai descritta e raccontata prima di allora. Prima o poi avrei trovato il personaggio attorno a cui incentrare una storia e l’avrei trovato in casa tra la comunità-famiglia di pescatori, di contadini. Oltre al codice marinaro, avevo approntato anche quello contadino che avrei trasferito in Terri ‘mpisi.

Intanto passavo per le commissioni di lettura per verificare i progressi del mio tavolo di scrittura, surrogato del giornalismo. E alla prima uscita fui selezionato al 13° premio nazionale della Fiaba a Sestri Levante con Gioppe dato in prestito, contrassegnata dal motto: Il dado è tratto. Quell’anno, 1980, fu premiata “Come fu che la tigre maltese divenne regina”. Tre anni prima ero tornato a Messina a celebrare il mio matrimonio concordatario nella cappella dell’Archimandrita di Messina. Entravo e uscivo dalla porta della Chiesa, però prima della cerimonia dovetti consegnare la lista degli invitati, compreso l’elenco dei giornalisti de L’Ora, Padalino in testa. Era stato il mio rientro ufficiale a Messina.
Agli amici giornalisti raccontai che mi ero messo a scrivere fiabe per mio figlio Christian nato nel ’77.

Nel 1988 provai con Mursia che usciva con Racconti, una rivista di nuovi scrittori per nuovi lettori. La segreteria selezionò alcuni dei miei come Viaggio alle Eolie e Le stanze della memoria. Uscì solo il primo numero, quello di Maggio 1988. Ero in alto mare. L’editore nel frattempo l’avevo trovato in terra di Sicilia, Pungitopo: Falcone Nino e il figlio Lucio, editori in Sicilia sotto il simbolo del Pungitopo. Una piccola casa editrice che stampava saggi scomodi sui problemi meridionali che ora continua a pubblicare in grande. Se leggi i suoi libri, scriveva un giornalista dell’Europeo, sfogliali con attenzione perchè pungono. E Pungitopo è una location del percorso della mia scrittura.

Enzo Consolo nel 1984 (11 ottobre!) raccontava sul Messaggero Sindona e Patti in un indimenticabile articolo che apriva col titolo sopra una veduta della vecchia Patti "Salsicce e vecchie barchette” e per quell’occasione mi toccò un’amichevole citazione dei tempi in cui facevo il prete di strada inventandomi la mia parrocchia al Centro studi Don Milani, aperto a operai e contadini (& sons, figli) tornitori alla Walvorth di don Michele Sindona. L’anno prima, La città dall’anima guelfa in lotta con quella ghibellina andava in scena su RAI2 con il caso Ficarra del regista Santi Colonna che ispirandosi al libro di Sciascia Dalle parti degli infedeli, raccontava la storia del vescovo pastore di anime poco incline ad assecondare le voglie dei democratici cristiani. Il seguito di quella storia l’avevo consegnato a Pungitopo che la pubblicava nel noir – allora si diceva pamphet - L’ombra di Monsignore. A Patti era stato confinato per mafia Vito Ciancimino e ancora si sentiva l’eco delle parole del cardinale Ernesto Ruffini che denunciava la grave congiura per disonorare la Sicilia e a suo dire le cose che vi contribuivano erano la mafia, Il Gattopardo, Danilo Dolci. Collaborai all’inchiesta televisiva e fui intervistato in qualità di storico. Festeggiammo la rimpatriata a Roma in un noto ristorante con fettuccine al salmone e in sala montaggio al giornalista che gli chiedeva quali difficoltà avesse dovuto superare a Patti, in Sicilia, per realizzare la trasmissione intitolata  il caso Ficarra, rispose: nessuna, avendo avuto la fortuna di incontrare un giovane storico e scrittore che era stato testimone di quelle vicende. Il regista santi Colonna aveva risolto per me l’antinomia di storico e scrittore che oscilla tra storia e narrativa.

Scrittore e blogger, al tempo stesso autore ed editore di se stesso. Nel tempo della globalizzazione anche la scrittura tecnologicamente si è evoluta con buona pace delle commissioni di lettura superate da internet, democratizzazione della scrittura.
 

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