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Il villaggio di
pescatori steso sulla sabbia con i tetti di canna e
le tegole d’argilla rossa,
(nel riquadro bianco le àncore sulla spiaggia,
nel riquadro giallo il baglio della tonnara). |
Mare blue fin è una rappresentazione dei luoghi della
scrittura, divenuta impegno e polemica sociale attorno
all’apologo di San Giorgio e il dragone, luoghi mitopoetici che
attraverso il laboratorio della scrittura si prestano alla
fusione tra favola e realtà in storie corali.
“La sua opera oscilla tra storia e narrativa” - scrivono - "senza
essere approdato definitivamente all’una o all’altra disciplina"
- malignano - per potermi fregiare del titolo di storico o di
scrittore con qualche perplessità del mondo accademico e dell’establishment
culturale, solito incoraggiare la vocazione di storico locale.
Questa storia, per dirla alla Gabbo, ora che l’ho vissuta posso
raccontarla!
A partire da quando chierico, su commissione,
diventai cronista del seminario di Patti uscendo a puntate
sull’Ascesa, fino all’approdo nel ’73-’74 al giornale L’Ora
nella redazione di Messina diretta da Antonio Padalino, dove
nell’estate del 1974 scrissi in cinque puntate "I ricordi dei
pescatori di San Giorgio”. Antonio Padalino, poi notista
vaticanista a Panorama, titolava il pezzo che partiva nel
fuorisacco per Palermo dalla stazione di Messina. Ogni fine
settimana tornavo al borgo per raccogliere i materiali - storie,
aneddoti, vecchie foto - per costruire il nuovo pezzo. Alla fine
delle cinque puntate mi accorsi di avere tra le mani un codice
marinaresco col quale allestire storie di mare: canti, proverbi,
conoscenze pratiche sul corso pesca e cammino dei tonni, isula
cammari e mattanza, rezze e culiche, le imbarcazioni con tutta
la marineria della pesca del tonno, che mi sarebbe tornato utile
per scrivere La testa del dragone.
Facevo l’aspirante giornalista a cinquantamilalire al mese
regolarmente fatturate e quando vinsi una borsa di studio, messa
a concorso dalla Cassa del Mezzogiorno, all’Università di
Catania diventai ricercatore a centoquarantacinquemila sui
flussi migratori.
Al mio primo incarico a tempo indeterminato su una cattedra
diritto ed economia in una scuola del nord lasciai il paese
dell’arancio e del pistacchio, ripromettendomi di non
abbandonare la ricerca e il tavolo della scrittura. Mi portavo
appresso la mia Olivetti cult 22 comprata a Spaccanapoli ai
tempi della Licenza teologica e tante storie di marinai e
contadini.
Il mio destino mi diceva che non avrei più scritto
vite di santi, ma quelle dei compagni messinesi.
La tesi di
laurea su Industrializzazione, sviluppo e stratificazione
sociale. Patti: un’altra storia meridionale, discussa con il
prof. Mario Centorrino meritava più di un approfondimento. Fu lo
stesso professore il primo finanziatore della mia ricerca che
sapendomi prete squattrinato entrò in una libreria per offrirmi
il Sylos Labini della lista bibliografica. La tesi di laurea
descriveva il passaggio di una comarca della provincia messinese
dall’artigianato tradizionale delle stoviglie all’industria
delle valvole petrolifere e delle caramelle, promossa dal
finanziere Michele Sindona, che aveva visto i tornitori cretai
diventare tornitori meccanici. Questa civiltà tradizionale di
contadini e mastri cretai aveva conosciuto un entroterra di
contadini protagonisti delle lotte del dopoguerra.
Insieme al
tavolo della scrittura, aprii la ricerca in proprio all’Archivio
di Stato di Roma, autorizzato a consultare le serie
archivistiche (1944-1952) utili per uno studio del movimento
contadino in provincia di Messina. Intervistai tutti i
protagonisti sopravvissuti a quella stagione di lotte andandoli
a trovare nelle loro case. Umberto Fiore a Messina, Montalbano a
Palermo, Pierino Mondello a Roma, il siracusano Cundari a Roma,
Michelangelo Mangano a Ficarra, Nino Pino a Barcellona P.G., clandestini e perseguitati al
tempo del fascismo, tutti protagonisti dallo sbarco alleato in
Sicilia. Da ognuno un ricordo, un cimelio, un libro fino al
ricordo più prezioso, la tessera del compagno messinese Giuseppe Schirò iscritto alla sezione di Messina nel 1943, quando ancora
il partito comunista in Italia era clandestino. Con una
raccomandazione: di scrivere quello che loro avevano vissuto!
Mi ritrovai tra le mani persino il famoso contratto firmato al
comune di Patti per la spartizione dei prodotti agricoli
nell’annata 1946 (11 ottobre). Gli agrari dissero che gli era
stato estorto con la forza per essere stati messi sotto chiave
nella sala comunale fino alla firma dei patti.
All’ACS trovai il
verbale redatto cablogrammato dalla Compagnia dei Carabinieri di
Patti.
Racconti e documenti corrispondevano, stanze della memoria e
archivi si compensavano. L’impegno era quello di consegnarli
alla storia insieme alle loro storie. Avevo la mia galleria di
personaggi attorno a cui raccontare la storia e le storie
dell’introversa Sicilia, aprendo una finestra sulla provincia di
Messina mai descritta e raccontata prima di allora. Prima o poi
avrei trovato il personaggio attorno a cui incentrare una storia
e l’avrei trovato in casa tra la comunità-famiglia di pescatori,
di contadini. Oltre al codice marinaro, avevo approntato anche
quello contadino che avrei trasferito in Terri ‘mpisi.
Intanto passavo per le commissioni di lettura per verificare i
progressi del mio tavolo di scrittura, surrogato del
giornalismo. E alla prima uscita fui selezionato al 13° premio
nazionale della Fiaba a Sestri Levante con Gioppe dato in
prestito, contrassegnata dal motto: Il dado è tratto. Quell’anno,
1980, fu premiata “Come fu che la tigre maltese divenne
regina”. Tre anni prima ero tornato a Messina a celebrare il mio
matrimonio concordatario nella cappella dell’Archimandrita di
Messina. Entravo e uscivo dalla porta della Chiesa, però prima
della cerimonia dovetti consegnare la lista degli invitati,
compreso l’elenco dei giornalisti de L’Ora, Padalino in testa.
Era stato il mio rientro ufficiale a Messina.
Agli amici
giornalisti raccontai che mi ero messo a scrivere fiabe per mio
figlio Christian nato nel ’77.
Nel 1988 provai con Mursia che
usciva con Racconti, una rivista di nuovi scrittori per nuovi
lettori. La segreteria selezionò alcuni dei miei come Viaggio
alle Eolie e Le stanze della memoria. Uscì solo il primo numero,
quello di Maggio 1988. Ero in alto mare. L’editore nel frattempo
l’avevo trovato in terra di Sicilia, Pungitopo: Falcone Nino e
il figlio Lucio, editori in Sicilia sotto il simbolo del Pungitopo. Una piccola casa editrice che stampava saggi scomodi
sui problemi meridionali che ora continua a pubblicare in
grande. Se leggi i suoi libri, scriveva un giornalista
dell’Europeo, sfogliali con attenzione perchè pungono. E
Pungitopo è una location del percorso della mia scrittura.
Enzo Consolo nel 1984 (11 ottobre!) raccontava sul Messaggero
Sindona e Patti in un indimenticabile articolo che apriva col
titolo sopra una veduta della vecchia Patti "Salsicce e vecchie
barchette” e per quell’occasione mi toccò un’amichevole
citazione dei tempi in cui facevo il prete di strada
inventandomi la mia parrocchia al Centro studi Don Milani,
aperto a operai e contadini (& sons, figli) tornitori alla
Walvorth di don Michele Sindona. L’anno prima, La città
dall’anima guelfa in lotta con quella ghibellina andava in
scena su RAI2 con il caso Ficarra del regista Santi Colonna che
ispirandosi al libro di Sciascia Dalle parti degli infedeli,
raccontava la storia del vescovo pastore di anime poco incline
ad assecondare le voglie dei democratici cristiani. Il seguito
di quella storia l’avevo consegnato a Pungitopo che la
pubblicava nel noir – allora si diceva pamphet - L’ombra di
Monsignore. A Patti era stato confinato per mafia Vito
Ciancimino e ancora si sentiva l’eco delle parole del cardinale
Ernesto Ruffini che denunciava la grave congiura per disonorare
la Sicilia e a suo dire le cose che vi contribuivano erano la
mafia, Il Gattopardo, Danilo Dolci. Collaborai all’inchiesta
televisiva e fui intervistato in qualità di storico.
Festeggiammo la rimpatriata a Roma in un noto ristorante con
fettuccine al salmone e in sala montaggio al giornalista che gli
chiedeva quali difficoltà avesse dovuto superare a Patti, in
Sicilia, per realizzare la trasmissione intitolata il caso Ficarra, rispose: nessuna, avendo avuto
la fortuna di incontrare
un giovane storico e scrittore che era stato testimone di quelle
vicende. Il regista santi Colonna aveva risolto per me
l’antinomia di storico e scrittore che oscilla tra storia e
narrativa.
Scrittore e blogger, al tempo stesso autore ed editore di se
stesso. Nel tempo della globalizzazione anche la scrittura
tecnologicamente si è evoluta con buona pace delle commissioni
di lettura superate da internet, democratizzazione della
scrittura.
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